L'estate
... che non tornerà più
Catacrash!
“Sielo1! Sielo, tutto bene?”, urla Björn correndo verso la mia stanza.
“Tutto bene, grazie”, rispondo mentendo: dal dolore che sento, credo che uno dei libri più pesanti abbi centrato di taglio il mio piede nudo.
“Mia madre te l’aveva detto che quella mensola non avrebbe retto a lungo con tutto quel peso. E sai che quando si parla di falegnameria, non sbaglia mai.”
“Lo so Björn. Come so che hai ragione quando dici che in questa stanza, di cose non ce ne stanno più… Si, beh, togliti quel sorrisino di soddisfazione dal muso, che quando hai ragione io lo ammetto. IO! Non sono mica orgogliosa fino all’inverosimile come qualcuno di mia conoscenza.”
Björn ignora la mia accusa, dettata esattamente dal contrario di quello che dico, visto che è proprio il mio orgoglio ferito a parlare. “Senti”, mi dice, “visto che stai bene, io esco. Ho la riunione del club dei lieviti, ricordi?”
“Sì, sì, non preoccuparti. Tanto il gruppo di folaghe non torna dall’escursione prima di stasera.”
Sento il pesante portone della Stazione chiudersi mentre soppeso con gli occhi il casino di libri, pagine rotte e fogli sparsi sopra al relitto della mensola. Poi vado nella dispensa a cercare uno scatolone vuoto, abbastanza solido e capiente, che farà da casa a tutta questa roba finché Tina, la madre di Björn, non mi avrà fatto una nuova mensola. Più resistente, stavolta.
Mi sembra un guaio tutto sommato abbastanza veloce da sistemare: metto tutto nel cartone e a parte raduno i pezzi di legno. Invece ogni cosa che raccolgo è una fermata con tante gallerie: le storie che quegli oggetti hanno lasciato nella memoria e la storia nella storia dei libri sbiaditi dalla sabbia, con le orecchie fatte alle pagine quando proprio non avevo nulla da usare come segnalibro, le lievi note a matita sui margini, i foglietti più disparati e i fiori pressati che svolazzano in giro, ormai liberi.
“Santa pelliccia, quanto sei prevedibile”, geme una voce alle mie spalle, che mentre mi volto terrorizzata aggiunge “Lo sapevo che avresti finito con l’evocarmi in carne e ossa”.
Davanti a me, sul pavimento, è seduta una volpe dorata, dal manto splendente di luce calda. Gli occhi sono furbi, grandi e di uno splendido color smeraldo. La volpe si alza con un movimento aggraziato e prende a passeggiare con aria seccata da un lato all’altro della mia stanza, massaggiandosi il didietro.
Dopo vari secondi di sacrosanto stupore e relativa paralisi, riesco a chiederle: “Chi caspita sei?!”, con la mano destra inchiodata sul petto, come a impedire al mio cuore in panico di uscire da lì. Ormai sono anni che vivo nella Terra degli Orsi e lo so, LO SO, che qui gli spiriti sono tutt’altro che invisibili e silenziosi. Ma porca piccozza, non mi ci abituerò mai, alle loro improvvisate.
“Sono l’estate che non tornerà più”, risponde stizzita la volpe. E, vedendo che la sua presentazione non ha smorzato gli effetti della sorpresa, aggiunge, un po’ spazientita: “Forza, siediti sul letto, che mi sembri sconvolta. Aspetta qui che vado a farti qualcosa di caldo”.
“Aspettarti qui?”, rispondo con un tono un pochino isterico. “L’estate si materializza nella mia stanza e io dovrei aspettare qui?”
“L’estate che non tornerà più. Mica ce n’è solo una, di estate!”, precisa lei in tono asciutto, mentre la osservo varcare la porta della cucina, perfettamente a suo agio, come se abitasse qui. Poi, agitando la zampa in direzione della mia stanza aggiunge: “Cosa ti aspettavi? Non avrei potuto ignorare tutta quella nostalgia che emanavi nemmeno se avessi voluto”.
“Nostalgia?”, balbetto.
Mentre mette sul fuoco la teiera, la volpe alza gli occhi al cielo e sospira: “Perché con voi umani è sempre tutto così complicato… Davvero non te ne sei resa conto, mentre riempivi all’infinito quella mensola? Ci hai messo sopra solo oggetti legati alle tue estati lontane”.
Mi fermo un momento a riflettere e, per tutti i gufi, è vero. Ho fatto la mensola della nostalgia estiva. C’erano persino la mappa del centro storico di una città che ho visitato coi miei zii nell’estate di ventitré anni fa e un diario di scuola di epoca preistorica che ho tenuto per le dediche di fine anno dei miei compagni di classe.
“Non… non me ne ero accorta”, dico, con uno stupore diverso nella voce.
“Beh, dai, capita”, risponde la volpe, che sembra quasi addolcirsi davanti alla mia ammissione.
Tempo qualche minuto e la teiera inizia a fischiare. La volpe la toglie dal fuoco e versa l’acqua bollente nelle tazze. Sento spargersi aroma di rosa nell’aria, figuriamoci se la volpe non sapeva che è il mio tè preferito. Me ne sono innamorata da quando l’ho assaggiato per la prima volta durante il mio primo viaggio da so…
“No, no, no, NO! Basta ricordi estivi nostalgici, altrimenti non ne usciamo più!”, mi rimprovera la volpe, leggendomi nel pensiero. “Vorrei evitare di dover ricomparire in quel modo rocambolesco, pestando il sedere sul pavimento della tua stanza. Quindi, forza, vai, concentrati sul presente”.
Ci provo. E mi rendo conto che non è facile: la nostalgia estiva sembra avere su di me una sorta di potere ammaliatore, come la marmellata di albicocche fatta in casa. So che troppa mi fa male ma so anche che come apro il vasetto, lo finisco.
“Non è che sembra”, dice la volpe dorata rispondendo ai miei pensieri, “la nostalgia ha un potere ammaliatore. Che tra l’altro con voi umani sembra funzionare molto bene, forse perché avete un legame un tantino strano col passato: un po’ lo amate, un po’ lo odiate, un po’ ne parlate troppo, un po’ non ne parlate mai, un po’ lo ricordate, un po’ lo dimenticate…”
“Sì, in effetti è così. Ma è anche più…”
“Lo so cosa stai per dire: più complicato. Con voi umani lo è sempre, te lo dicevo.”
“Beh, mi dispiace”, dico più per rispondere qualcosa di conciliante che per convinzione. Così aggiungo, stavolta riflettendoci, che forse il motivo è che compiangere le cose belle del passato è semplice: sono lì immutabili, conosciute, sicure, confortanti... E mentre lo dico, inevitabilmente sono assalita da qualche bel ricordo dell’infanzia.
“La smetti? In caso non te lo ricordassi, eri in montagna con i tuoi ed era e-sta-te. Se continui di questo passo, pianterò le tende qui”, mi rimbrotta la volpe. “E comunque sul fatto che il passato sia immutabile avrei qualcosa da obiettare, cara”, aggiunge.
“Se vuoi cerco di concentrarmi sui bei ricordi natalizi, ma per la mia mente sarebbe una forzatura, ora come ora. Non si stacca dalla nostalgia estiva tanto volentieri”, piagnucolo.
“Allora sai che ti dico? Pazienza, il cibo qui mi sembra buono e le camere sono luminose”, dice la volpe con tono rassegnato.
Segue qualche minuto di silenzio in cui cerco di concentrarmi sul sapore del mio tè e sul vapore che sale dalla tazza, come faccio spesso quando ho bisogno di riflettere.
“Come mai proprio l’estate che non tornerà più?”, chiedo infine alla volpe, senza distogliere lo sguardo dal fumo danzante. Che poi, quali saranno tutte le altre estati, vai a saperlo.
“Perché l’estate che non tornerà più, racchiude ogni tempo, cara. C’è il ricordo del passato, c’è la consapevolezza, presente, che quel passato è irripetibile, e poi c’è il futuro, per quanto espresso al negativo ≪non tornerà≫. E se non tornerà, significa che lascerà spazio a qualcosa di ignoto, magari, chissà, qualcosa pieno di stupore e suggestione”, mi risponde la volpe. Che aggiunge subito: “E anche perché amo le espressioni che fate voi anime quando ricordate qualcosa di bello”.
“Wow” è tutto quello che riesco a dire mentre sposto lo sguardo su di lei. Peccato che sia svanita nel nulla.
Quando mi alzo per mettere le tazze nel lavello, sotto quella della volpe ci trovo una sorpresa: è una foto fatta dalla porta della mia stanza subito prima che la volpe ci piombasse dentro. Mi si vede inginocchiata davanti allo scatolone, una cartolina in una mano e un paio di libri nell’altra. Sto leggendo la cartolina e l’espressione che ho sul viso è tanto bella quanto difficile da descrivere: un misto, in dosi non quantificabili, di commozione, dolcezza, vuoto allo stomaco, felicità, senso di perdita e di esperienza.
E penso due cose. La prima è che la volpe ha scelto bene. La seconda è che fiuterebbe una minaccia per il suo sedere, se sapesse che sto per mettere la foto nello scatolone delle cose destinate alla nuova mensola della nostalgia estiva.
Vita plantigrada - La raccolta di usanze e parole della Terra degli Orsi Polari.
Un esercizio d’immaginazione
La gita alla Minitalia, di cui ricordo solo l’effetto Godzilla delle lucertole sulla Torre di Pisa.
La febbre e/o la malattia esantematica che arrivavano puntuali a metà giugno.
I mondiali visti in camera di mamma e papà, sdraiate sul lettone.
Le corse alla finestra per vedere se la postina portava finalmente il Topolino di quella settimana, insieme al nuovo pezzo del gadget da montare. Gadget con il quale la mia vita non sarebbe stata più la stessa.
La speranza, ogni volta che ci tornavo, che in biblioteca fosse arrivato un nuovo Istrice della Salani, per non rileggere sempre gli stessi.
Il galeone della Playmobil, fradicio dopo aver provato a farlo navigare nella piscina.
Il Festivalbar, ma solo le canzoni che conoscevo, sennò che noia.
Le cene ad alto contenuto di grassi alle feste di paese, dove bisognava portarsi un golfino perché a fine serata faceva freschino.
L’elenco, scritto a mano, degli indirizzi di amici e parenti a cui mandare le cartoline.
La mia amica di penna tedesca che viene a stare da noi per una settimana e viceversa.
Lo sciroppo sciolto in fondo alla plastica dei Polaretti.
La noia, che non pensavo mi sarebbe mancata così tanto.
E tu, cosa trovi sulla tua mesola dei ricordi delle estati lontane?
Cerca nella tua memoria i ricordi e le suggestioni delle tue estati passate “che non torneranno più”. Dai, concediamoci un esercizio all’insegna della malinconia, consapevoli che, da un lato, quei ricordi e il piacere che ci danno, sono tali proprio perché hanno quel ruolo e quel posto nello spazio e nel tempo della nostra vita. E dall’altro che la memoria è tutt’altro che un ammasso roccioso di certezze incrollabili.
Puoi fare questo esercizio in due modi, che ti spiego qui sotto. Non c’è nulla da scaricare o stampare, così puoi fare l’esercizio anche se sei in vacanza.
Modo uno: Vista
Ti servono una rivista o un giornale, forbici, colla (o scotch, tutte cose che trovi anche in un negozietto di paese) e un supporto dove incollare, che può essere un quaderno o un foglio di carta o un cartoncino... quello che trovi. Sfoglia la rivista e, lasciandoti guidare dall’intuito, ritaglia le immagini o le parole in cui vedi rispecchiarsi le suggestioni o le emozioni che senti quando rievochi i ricordi delle tue estati. Poi disponi e incolla i tuoi ritagli nel modo che preferisci. Volendo puoi completare questo esercizio con frecce o altri segni grafici.
Modo due: Parola
Prova a fare un elenco come quello che ho scritto qui sopra. È importante che tu scriva di getto, senza pensare alla grammatica, all’ordine o a chiarire il significato ad altre persone: l’esercizio è per te.
Che tu abbia scelto uno o l’altro metodo, una volta che hai finito l’esercizio prova a riguardarlo o a rileggerlo. Che tipo di ricordi sono emersi, per lo più? Noti un filo conduttore? Che storia raccontano, nel loro insieme, questi ricordi? Cosa ti svelano di te?
Come sempre, se ti va di condividere com’è andata con questo esercizio, con una email o un messaggio, sarò molto felice di leggerti! E di risponderti. 💌
Fra l’altro, questo mese
🚀 Vado al sodo: ho data e luogo del workshop di una giornata che terrò insieme a Giovanna Martiniello: lo faremo il 18 ottobre a Castelnuovo Don Bosco, in Piemonte, ospiti di un B&B immerso nella campagna astigiana (che proprio brutta non è… 😆). Giovanna Martiniello è una facilitatrice di scrittura anarchica, una coach certificata, una gran bevitrice di tè e una lavoratrice a maglia 🧶 in progress, oltre che una delle mie persone preferite. Con lei ti guiderò lungo un viaggio nel tempo (è questo il tema del laboratorio 🕰️) alternando esercizi d’immaginazione e di journaling. Merende, pranzo e materiali creativi e di cartoleria sono compresi nell’iscrizione, così puoi viaggiare legger*, nel tempo e nello spazio. Qui trovi tutte le altre informazioni. Ti aspettiamo a braccia aperte!
Il tema del tempo, in tutte le sue sfaccettature, mi incuriosisce da sempre. Tanto che ricordo di aver divorato un libro 📚 di fisica per ragazzi, da piccola, e di essere rimasta affascinata dalla scoperta della relatività del tempo e dai suoi misteri. Dunque la me bambina che sussurrava agli orologi per chiedere al tempo di andare più veloce o più lento – come raccontava il Cappellaio Matto 🎩 – in un certo senso ci aveva visto giusto.
Da quando c’è una bestiolina a due zampe 👶 che gira per casa, poi, sto vedendo il tempo di una vita scorrere davanti a me, fin dal suo inizio. Un inizio che, tra l’altro, mio figlio non potrà ricordare. E mi chiedo: sarò una buona custode di memorie, se il mio punto di vista è, appunto, il mio? 🔭 Domande un po’ filosofiche, forse, ma che restano sospese ogni volta che inciampo nei due album fotografici 🎞️ che ho comprato prima che nascesse e che devo ancora trovare il tempo (che ironia) di riempire.
Immaginiamo insieme!
Cose bellebellissime ✨ che possiamo fare io e te:
una CALL CONOSCITIVA gratuita, per (ri)conoscerci, per capire qual è il servizio giusto per te o per inventarlo insieme;
immergerci nelle tue profondità con un PERCORSO alla scoperta del tuo immaginario di brand;
un tuffo in un SERVIZIO FOTOGRAFICO DI BRANDING per trovare tesori inaspettati;
planare sulle foto che scatti da te con una CONSULENZA o una formazione personalizzata, per sistemare ciò che non funziona, scovare nuove idee, rispondere ai tuoi dubbi
vederci dal vivo in uno dei miei LABORATORI D’IMMAGINAZIONE (sapevi che li progetto anche per le aziende?)
Chi sono
Sono Leda Mattavelli e sono una fotografa di branding. 📸
Progetto e scatto servizi fotografici per piccoli business e aziende, studio il loro immaginario di brand, li aiuto con la creatività e, quando serve, anche a fare le foto da sé, con consulenze e corsi su misura.
Credo che immaginare sia una cosa seria, oso essere ingenua2, creo mappe per semplificarmi la vita, la colazione al bar è il mio rito preferito.
Ho un sito web dove puoi dare un’occhiata alle cose che faccio e a come le faccio: ledamattavelli.com.
Sono anche su Instagram: il mio profilo è leda_mattavelli.
La Stazione Boreale è un progetto che promuove l’uso dell’immaginazione e la creazione di un luogo di nuove possibilità e di dialogo. Le condivisioni di commenti, idee e sguardi sono quindi benvenute.
Che bello che tu sia fra gli ospiti della Stazione Boreale. Grazie! ❄️
Le porte della Stazione
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sielo - italianizzazione della parola plantigradese själl, “anima”. Gli orsi utilizzano questa parola per rivolgersi al loro interlocutore: per gli orsi parlare all’anima di chi hanno davanti, umano o altro animale che sia, è una naturale forma di rispetto.
“Dare to be naïve” lo disse Richard Buckminster Fuller, filosofo, architetto, inventore e designer statunitense.



