La lepre e l'uovo
Un fatto curioso accaduto nei dintorni della Stazione
Ksesal’tla quella mattina venne svegliata da un rumore insolito. “Maccheccavolo…”, pensò. La stanza era immersa nel buio, così si allungò verso il comodino in cerca della scatola di fiammiferi. La urtò malamente e sentì il contenuto spargersi sul pavimento. “Macccheddiamine…”, escalmò stavolta. Scese dal letto e si accovacciò nel tentativo di trovare a tentoni un fiammifero, mentre il rumore si faceva più intenso: era una sorta di fruscio che sembrava provenire dall’alto. Ksesal’tla trovò finalmente un fiammifero ma questo si ruppe mentre tentava di sfregarlo sulla parete di mattoni. “Ecchemiseriaccia….”, ruggì, mentre si riaccucciava in cerca di un altro fiammifero. Quando finalmente lo trovò, lo accese e accese anche la candela sul comodino, ecco che il fruscio divenne assordante e shhhpof! Fu seguito da un tonfo che scosse tutta la casa. “Eccche…. ccche… AAAAAAWGHHH!”, urlò Ksesal’tla spazientita e a corto di parole.
Con la candela nella zampa sinistra e un matterello nella destra, Ksesal’tla spalancò con un calcio la porta di casa. La rabbia verso il responsabile di quella sveglia così traumatica le scaldava a dismisura le orecchie pelose e rese ispide dall’età. Fuori, però, non c’era nessuno verso cui inveire: solo neve, buio e freddo. La vecchia lepre fece allora il giro della casa, in cerca di orme che la aiutassero a identificare il colpevole di tutto quel baccano: la mattina seguente gli avrebbe dato una bella strigliata. Girò attorno alla casa per ben quattro volte, l’ultima col naso a pochi centimetri da terra per fiutare eventuali odori. Lo sconosciuto, però, non aveva lasciato nessuna traccia e le orecchie di Ksesal’tla presero letteralmente a fumare di rabbia, disperdendo l’eccesso di calore nell’aria gelata della notte artica.
Il giorno seguente Ksesal’tla uscì di casa all’alba per il consueto giro mattutino: una cioccolata con due biscotti al solito bar, il giornale all’edicola, due panini al burro e uno di farina nera allo storico panificio e, per finire, una piccola spesa allo spaccio. Il proprietario di quest’ultimo, un tricheco molto in sovrappeso con una zanna sbeccata, notò i segni della nottataccia sul muso della vecchia lepre: “Che è successo, Lilla?”, le chiese, usando il soprannome con cui la chiamavano tutti. “Oh Dmundus, non farmi parlare. Qualche imbecille si è divertito ad arrampicarsi sul mio tetto e a saltarci sopra o fare chi-lo-sa-cosa. Ah, ma se lo becco… se lo becco…”, ringhiò Ksesal’tla.
Mentre si dirigeva verso casa con la sua piccola sportina nella zampa sinistra, Ksesal’tla notò che le strade erano stranamente affollate per quell’ora del mattino e, cosa ancor più strana, tutti quegli animali sembravano dirigersi nella sua stessa direzione. Un gruppo di giovani lemming le tagliarono la strada di corsa, facendola barcollare sulle vecchie zampe. Ksesal’tla, gli lanciò un rimprovero in cui il suo matterello era protagonista e accelerò il passo, curiosa di arrivare alla fonte di tanto scompiglio. Seguì la folla lungo lo stesso tragitto che aveva percorso per arrivare al villaggio: la svolta a gomito dietro la roccia a forma di goccia, il tratto ghiacciato alla base della collina e il sentiero… Ehi, fermi tutti, pensò, questo sentiero porta solo a casa mia!
Raggiunse gli altri animali sulla cima della collina. Oltre le teste schierate in fila a guardare verso casa sua, vedeva il fumo del suo comignolo salire verso il cielo in guizzi strani e ritorti. Iniziò a preoccuparsi che la casa stesse andando a fuoco o qualcosa di peggio, così lanciò la sportina e si affrettò a scavalcare la schiera di spettatori. Ciò che vide la lasciò di stucco. Il fumo saliva in modo strano perché qualcosa di grosso e pesante aveva storto il comignolo: un uovo gigantesco spiccava da quell’insolito nido di paglia che era diventato il tetto della sua casa.
“Lilla! Lilla! Eccoti finalmente! Santa pelliccia, dove hai preso quell’uovo?!”, le chiese il suo amico Rufus, staccandosi dalla folla. Per tutta risposta Ksesal’tla lo guardò inebetita: si stava ancora riprendendo dalla visione del suo povero tetto, tutto incurvato sotto il peso di quell’uovo enorme. Nella sua testa un filo rosso si tese fra quello che aveva davanti agli occhi e i fruscii e il tonfo della notte precedente. “Per tutti i coleotteri”, esclamò infine Ksesal’tla, “Doveva essere una specie di oca gigante. O una sula. O magari…magari… un d-d-drago…”, aggiunse impaurita.
“Ma che coleotteri, pennuti o draghi, Lilla!”, ribatte Rufus, “Si vede lontano un miglio che è un uovo di rettile.”
“Re… rettile?”, ripetè Ksesal’tla, terrorizzata al pensiero che un cucciolo di lucertola gigante sfondasse guscio, tetto, tavolo della cucina e i suoi nervi, tutto in una volta sola.
“Rufus ma che diamine dici? Le vedi quelle macchie sul guscio? È senza ombra di dubbio un voltapietre. Fuori misura, certo, ma l’uovo è al cento per cento di un voltapietre artico”, si intromise una foca che Ksesal’tla conosceva solo di vista.
“Mi sento in dovere di correggervi entrambi”, disse allora il signor Mursst’n, il capomastro, che aggiunse: “Il colore leggermente dorato della punta non si sposa con nessuna delle vostre ipotesi. Con nessuna di quelle che sentito, a dire il vero. A mio parere quello è un uovo di tartaruga.”
“Tartaruga sarai tu!”, stavolta era il turno della banda dei piccoli del villaggio, secondo i quali un uovo di tali dimensioni non poteva che essere di balena. Non cambiarono idea nemmeno quando alcuni dei presenti gli spiegarono che la balena è un mammifero: “Le cose cambiano, è l’evoluzione!”, sancì saccente una piccola di renna, con un fare che non ammetteva repliche.
“Cuccioli mi dispiace deludervi ma quello è un uovo di kiwi. La forma non mente”, affermò sicuro di sé un giovane orso polare con la cresta e degli spessi occhiali da vista. “Ma se il kiwi non vola! Come ci sarebbe arrivato fino al tetto di Lilla?”, gli chiese seccato Rufus.
Una lemming con addosso la divisa di una pasticceria propose di consultare un esperto: “Chiamiamo il professor Hellsntaal, lui saprà senza dubbio di cosa si tratta”. E così mandarono il gruppo di cuccioli a casa del famoso e plurilaureato animatologo.
Hellsntaal, un vecchio lupo artico magrolino, con un occhio bendato, un orecchio spezzato e la coda spelacchiata, non si fece attendere: nell’arco di una decina di minuti arrivò correndo a quattro zampe. Anzi, arrivarono: lui e un fiatone che lo accompagnò per altri dieci minuti prima che potesse finire una frase intera. Appena si fu ripreso, il professore si fece dare una scala da una Ksesal’tla sempre più confusa e si arrampicò per vedere l’uovo da vicino. Lo ispezionò per un’ora intera, al temine della quale tutti gli animali pendevano in silenzio dalle sue labbra. Quando si approcciò alla scala per ridiscendere a terra, il professore notò decine di sguardi fissi su di lui che sembravano chiedere “Allora??”, così si affrettò a dire: “Cari concittadini, so che siete tutti molto curiosi di sapere quale sia l’animale colossale che ha depositato quest’uovo altrettanto enorme. Ma la verità è che… beh, la verità è che questo non è un uovo”.
La piccola folla iniziò a vociare, incredula. “Ma quello È un uovo. Come fa a non essere un uovo?!”, disse la foca.
“Lo so, lo so che lo sembra. Ma non lo è”, ribadì fermo il professore. Che spiegò: “Quello che avete davanti è un accumulo di desiderina”. Gli animali presero a fissare il professore con espressione interrogativa. Hellsntaal continuò: “È un evento estremamente raro, rarissimo, che la desiderina si concentri in queste quantità. Ma raro non significa impossibile e se si verificano tutte le condizioni necessarie, beh, ecco qui. Se avete un po’ di pazienza, vi spiego che cosa è successo”. La folla annuì unanime, senza rompere il silenzio. Ksesal’tla, invece, ringhiò a bassa voce: “Ci mancava la desederina!”, pensando che la sostanza dallo strano nome avesse a che fare con il posto da cui provengono le uova.
Il professore intanto iniziò la sua spiegazione: “Quando in una zona dell’artico molte anime contemporaneamente esprimono al cielo i loro desideri, nell’aria si forma una sostanza chiamata appunto desiderina. La desiderina può essere composta da speranza, amore, nostalgia, rabbia e frustrazione in percentuali variabili, oltre a un’altra serie di elementi che non abbiamo ancora identificato”.
“Quando la concentrazione di desiderina è molto elevata”, continuò Hellsntaal, “il vento è assente, il cielo è nuvoloso e l’umidità nell’aria passa in breve tempo da alta a molto bassa, può accadere che la desiderina inizi a depositarsi al centro di una nuvola. A volte questi depositi sono così piccoli che quando precipitano passano inosservati oppure vengono presi per pioggia gelata. Continui sbalzi di umidità e una grande presenza di desiderina possono però creare il fenomeno a cui avete assistito, un evento che la scienza chiama informalmente “sale di nuvola”.
“Ma quindi non è un uovo?”, chiese deluso qualcuno fra i presenti.
“No, non lo è”, confermò il professore, che aggiunse raggiante: “Ma è una materia prima preziosa per aiutare chi ha perso la speranza nel domani!”.
Le anime presenti applaudirono questa bella notizia e iniziarono a tornare verso il villaggio. Ksesal’tla, che aveva ancora in mente la desederina, non capiva il perché di quell’applauso: di che aiuto poteva essere una sostanza simile? Ma smise di pensarci non appena seppe che l’Università del professore, pur di aggiudicarsi l’uovo, si sarebbe fatta carico delle spese per ricostruire il tetto con una modifica richiesta dalla stessa Ksesal’tla: alla fine dei lavori ci sarebbe stata una bella finestra vista cielo sopra il suo letto. Proprio come aveva sempre… desiderato.
Vita plantigrada - La raccolta di usanze e parole della Terra degli Orsi Polari.
Un caffè immaginario
Un semplice esercizio d’immaginazione. Per vederla all’opera, per coltivarla
“La risposta è che non vediamo la realtà”, scrive il neuroscienziato Beau Lotto nell’introduzione di un suo libro1, rispondendo alle tante questioni filosofiche che si interrogano sul perché la realtà che percepiamo non è mai oggettiva. 🔮
L’esigenza di ancorarci a delle certezze e di ricercare la verità, è così forte che a volte ci fa dimenticare che la realtà, la sperimentiamo attraverso la percezione. E la percezione è quanto di più soggettivo ci sia: c’è sempre un filtro e quel filtro siamo noi. 👓
Inoltre, continua Lotto, il nostro cervello non si è specializzato per vedere la realtà nel modo più fedele possibile: gli stimoli percepiti dai nostri sensi, vengono rielaborati dal cervello per creare l’informazione che il cervello reputa essere la più utile, vale a dire l’informazione che ci dà maggiori possibilità di sopravvivenza. 🪴
Aprirsi alla consapevolezza che la realtà percepita sia sempre soggettiva, sia in termini sensoriali, sia in termini di interpretazione dei fatti che accadono, ci aiuta a sradicare le convinzioni che ci tengono lontani anche solo dal pensare a nuove possibilità. 🚪
E allora nell’esercizio di oggi, ti invito a provare a… “vederti mentre vedi”, a tentare di “smascherare” la percezione. 🕵🏻♂️
Fai una scelta fra le foto ricordo che hai nel tuo telefono, mettendoci un po’ di tutto: autoritratti, foto di famiglia, dei tuoi animali domestici, panorami, eccetera. Scegli immagini di cose, volti, luoghi che ti sono familiari o che conosci molto bene. 🐱
Fatto? Ora ti invito a fare una piccola modifica a ciascuna di queste immagini, ribaltandole come in uno specchio. Per farlo, apri la foto e vai sul menù delle modifiche. Il comando per ribaltare la foto si trova di solito fra le opzioni di ritaglio e potrebbe chiamarsi Specchia, Rifletti o in un modo simile. Anche su IPhone questa opzione è nel menù del ritaglio ma identificata dal simbolo di due triangoli simmetrici con una freccina (di solito appare nell’angolo in alto a sinistra). 🪞
Una volta che avrai ribaltato tutte le fotografie scelte, riguardale con attenzione, zoomando sui dettagli. Se puoi stampare con la stampante di casa e osservare le foto su carta, meglio ancora. Concediti qualche minuto per dedicarti con calma all’osservazione e far caso anche ai piccoli particolari. Che cosa stai notando? Cosa eventualmente ti colpisce? Le foto ti sembrano ugualmente familiari oppure questa modifica ha creato una sensazione di stranezza nel riguardarle? Ti sei accorta o accorto di nuovi dettagli? Ti sembra che questa nuova inquadratura metta l’accento su un’area della foto a cui prima non davi importanza? 🔎
Se ti va, fammi sapere com’è andata con questo esercizio!
Piccola postilla
Il 9 settembre 2025 è morto un autore a cui le creature che muovono i fili della mia immaginazione devono moltissimo: Stefano Benni. Queste creaturine, pazzerelle e sempre in movimento, si sono fermate e ammutolite quando hanno saputo la notizia: erano molto tristi. E lo ero anch’io.
Con le storie di Benni ho un debito che resterà sempre aperto: un debito di fantasia, di possibilità, d’ironia, di risate, di cose per le quali vale sempre la pena.
Immaginiamo nuove possibilità
Come? Parliamone! L’incontro e il dialogo sono pane per l’immaginazione e per la scoperta di sé. Raccontami del tuo rapporto con l’immaginazione, con l’(im)possibile, col futuro e il passato immaginati. Confrontiamoci su qualsiasi spunto o riflessione siano nati leggendo questa lettera. Raccontami un nuovo progetto che stai – indovina? 😄– immaginando.
Puoi scrivermi utilizzando i commenti oppure cliccando su “Rispondi”, se mi leggi nella tua casella email. ✒️
Cose bellebellissime che possiamo fare insieme
Immergerci nelle tue profondità con un percorso alla scoperta del tuo immaginario di brand.
Un tuffo in un servizio fotografico di branding per trovare tesori inaspettati.
Planare con una consulenza sulla tua comunicazione visiva, in cerca di nuove prospettive e nuove domande (meglio partire da quelle che dalle risposte, no?).
Immaginare insieme, dal vivo, in uno dei miei laboratori.
Chi sono
Sono Leda Mattavelli e per lavoro mi prendo cura della comunicazione visiva di piccoli brand e aziende. I miei strumenti sono la fotografia, la formazione e l’immaginazione.
Per saperne di più, puoi dare un’occhiata al mio sito, ledamattavelli.com, e al mio profilo su Instagram, dove mi trovi come leda_mattavelli.
La Stazione Boreale è un progetto che promuove l’uso dell’immaginazione e la creazione di un luogo di nuove possibilità e di dialogo. Le condivisioni di commenti, idee e sguardi sono quindi benvenute.
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Beau Lotto, “Percezioni - Come il cervello costruisce il mondo”, 2017, Bollati Boringhieri


